Testo scritto da:
Caruso Enrico (Psicologo, psicoterapeuta, psicopedagogista, musicoterapeuta),
Dell’Orto Silvia (Psicologa dell’età evolutiva, psicoterapeuta e psicopedagogista)

Summary

The subject of this article is an update on stuttering research as conducted by genetics and neurosciences. The psychological factors that tend to exacerbate the symptoms are covered too. The authors give also account of their own researches, based on a psychological model, about psycho-diagnostics and language.
Authors’ opinion is that a prompt intervention is absolutely necessary, even when treating very young children, as soon as the first symptoms of stuttering appear, in order to avoid the set up of a vicious circle that may last for the entire life.
In the present article the authors, who oppose intensive treatments, introduce in a brief form their own techniques that, in a wider framework, involve psychotherapy, therapy fluency, behavioural technique and, finally, a psycho-somatic treatment against anxiety.

La balbuzie colpisce circa il 2% della popolazione mondiale, e quasi un milione di italiani sono colpiti da questa sintomatologia. La balbuzie riguarda particolarmente il sesso maschile, con un rapporto di 7 a 1, anche se negli ultimi anni la percentuale femminile sta aumentando.
Nella maggioranza dei casi la balbuzie compare tra i 3 e i 7 anni.
Può comparire in età pre-puberale (10-12 anni), e solo in casi rari potrebbe manifestarsi in età adulta dopo un evento traumatico.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce questo complesso sintomo nel seguente modo: “La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni o prolungamenti di un suono.”
Tale definizione ben sottolinea l’intreccio della componente psicologica con una difficoltà dell’articolazione del sistema linguistico. Il soggetto sa con precisione cosa vorrebbe dire e nell’intenzionalità di esprimersi, non riesce a coordinare i centri motori del linguaggio con i centri che organizzano la struttura linguistica.
La complessità, la profondità e la poliedricità del sintomo balbuzie, viene esplicitata dal DSM IV (Manuale di psichiatria - Criteri diagnostici), che situa la patologia nell’area dei Disturbi nell’infanzia, fanciullezza o adolescenza, definendola:
“A) Un’anomalia del normale fluire e della cadenza dell’eloquio, (inadeguati per l’età del soggetto) caratterizzata dal frequente manifestarsi di uno o più seguenti elementi:
1. ripetizioni di suoni e sillabe;
2. prolungamento di suoni;
3. interiezioni;
4. interruzioni di parole (cioè pause all’interno di una parola);
5. blocchi udibili o silenti (cioè pause del discorso colmate o non colmate);
6. circonlocuzioni (sostituzioni di parole per evitare parole problematiche);
7. parole emesse con eccessiva tensione fisica;
8. ripetizione di intere parole monosillabiche (per es. “O-O-O-O fame”).

B) L’anomalia di scorrevolezza interferisce con i risultati scolastici o lavorativi, oppure con la comunicazione sociale.

C) Se è presente un deficit motorio della parola o un deficit sensoriale, le difficoltà nell’eloquio vanno al di là di quelle di solito associate con questi problemi”

La balbuzie è caratterizzata da una momentanea incapacità d’iniziare l’eloquio o dall’interruzione della parola. Spesso è accompagnata da spasmi tonici, clonici o misti, che possono interessare qualsiasi parte dell’apparato del linguaggio: respirazione, fonazione, risonanza ed articolazione (Bassi A. e Cannella S., 1968)
Per U. Galimberti (1999), la balbuzie è un disturbo del linguaggio, detto anche disfemia, che si manifesta con involontarie esitazioni, rotture, blocchi, e ripetizioni; nei casi più gravi il sintomo assume un carattere spasmodico.
Altri autori definiscono la balbuzie come un disturbo del comportamento psicomotorio (Rossi-Giberti, 1983), in cui la difficoltà d’espressione verbale interessa la regolarità e il ritmo della muscolatura fono-respiratoria.
Senza perderci in una miriade di definizioni, siamo sempre più convinti che la balbuzie, per la sua complessità e profondità, ancor prima di esser definita come disturbo del linguaggio sia essenzialmente una “sindrome”, o meglio una “costellazione di sintomi” , che coinvolge la persona a più livelli: psicosomatico, affettivo, sociale, lavorativo o scolastico, comportamentale, famigliare. [torna all'inizio]

La balbuzie è un problema molto serio e complesso.
Esistono 5 forme di balbuzie:
1) Balbuzie tonica, caratterizzata da difficoltà fonica o prolungamento di una sillaba all’inizio della frase. I blocchi iniziali variano secondo il grado d’ansia. Questo tipo di balbuzie colpisce la maggioranza dei casi. Solitamente la persona affetta da questa forma di disfluenza, si presenta timida, schiva verso i rapporti umani, introversa e riflessiva.
2) Balbuzie clonica, contraddistinta dalla ripetizione del fonema all’interno della frase. Questa forma di balbuzie è tipica dei bambini di età compresa tra i cinque e sette anni.
3) Balbuzie mista che comprende la prime due forme, con un aggravamento del problema. Si presentano blocchi e prolungamenti del fonema. Questa forma di balbuzie compare dopo i sette anni.
In chiave descrittiva, solitamente il soggetto adulto affetto da balbuzie clonica o mista, socialmente appare dinamico, come se fosse poco condizionato dal sintomo, tende a primeggiare e a porsi al centro dell’attenzione
Secondo la distinzione effettuata da Colombat si possono distinguere altre due forme di balbuzie che si aggiungono alle prime tre:
4) Balbuzie labio-coreica, la quale si caratterizza con movimenti convulsivi dei muscoli labiali e linguali, determinando contrazioni a livello delle labbra e della lingua, con difficoltà nella pronuncia dei suoni labiali e dentali.
5) Balbuzie gutturo-tetanica, determinata dalla rigidità dei muscoli faringei e laringei, che sono causa di una forte difficoltà nella pronuncia dei suoni gutturali e delle vocali.
Queste due ultime forme sono quasi sempre associate ad un momentaneo soffocamento, con la comparsa di sincinesie, ossia movimenti involontari a carico del viso e di altre aree del corpo.
Sempre in chiave descrittiva, nella maggioranza dei casi, i soggetti affetti da questi due ultimi tipi di balbuzie, appaiono impacciati nei movimenti; si presentano chiusi ed eccessivamente introversi. A livello relazionale spesso si associa un comportamento oppositivo ed eccessivamente guardingo. Non lasciando trapelare alcuna emozione, questi soggetti tendono a censurare un alto tasso di aggressività, che spesso si manifesta con scoppi d’ira in ambito famigliare.
Queste due ultime forme di balbuzie appaiono reattive a qualsiasi forma di trattamento, effettuato con il solo ausilio di tecniche foniche.
Bisogna anche sottolineare che per ogni forma di balbuzie esistono diversi sottotipi. Inoltre per ogni forma e sottotipo di balbuzie esistono in associazione diversi profili psicologici. In base a queste diverse conformazioni personali, di necessità, occorre diversificare il tipo di trattamento. [torna all'inizio]

E’ nostro parere che si debba intervenire precocemente con la comparsa delle prime avvisaglie, al fine di evitare l’instaurarsi di un pericoloso circolo vizioso, che potrebbe durare tutta la vita. Il trattamento potrebbe essere proposto al di sotto dei sei anni, prima che il bambino si confronti con la realtà scolastica.
L’intervento precoce controlla l’evolversi del sintomo, l’ansia dei genitori, il senso d’inadeguatezza e sensi di colpa: sentimenti che potrebbero annichilire l’evoluzione emotiva ed affettiva dell’infante.
Risparmiare al bambino la negatività delle esperienze future associate al sintomo, diventa fattore determinante e fondamentale per una prognosi positiva e raggiungibile anche in un breve arco di tempo.
I primi provvedimenti dovrebbero essere presi già a partire dai quattro anni.
Quando la balbuzie comincia a fare la sua comparsa è sempre meglio recarsi il proprio pediatra per decidere il da farsi. A questa età in chiave preventiva è sempre meglio effettuare un colloquio presso un medico specialista: foniatra o neuropsichiatria infantile.
Per tale opera preventiva si pu ò far riferimento al Sistema Sanitario Nazionale, o in ultima analisi proprio presso l’Associazione Progetto Demostene si potrà richiedere un parere gratuito.
E’ sempre meglio non confidare nella bontà della natura, che per mezzo dei normali processi evolutivi, come solitamente si pensa, dovrebbe appianare situazioni disarmoniche.
E’ anche vero che con l’evolversi della persona il sintomo potrebbe dissolversi nel 70% dei casi, ma questo chi può predirlo? Ogni persona è un “mondo a sè”, ha una sua storia, una propria evoluzione intellettiva e percettiva, un modo personale di vivere l’esperienza, una personale balbuzie e un proprio futuro con specifiche caratteristiche di progressione; tutto questo naturalmente stravolge qualsiasi ipotesi di previsione riguardo alla remissione del sintomo.
Il sintomo potrebbe eclissarsi spontaneamente nei bambini in un’età di cinque o sei anni, o nel periodo pre-puberale (12\14 anni) o anche in età adulta (18\20 anni). La caduta del sintomo potrebbe spiegarsi attraverso un’evoluzione spontanea della strutturazione neurofisiologica o motoria delle aree che controllano il linguaggio, o per la sopraggiunta maturità psicologica dell’individuo.
Il bambino, attraverso i suoi spasmi o interruzioni involontarie, sta comunicando il suo disagio; certamente un’attesa passiva, non rappresenta in alcun modo una risposta adeguata al problema da attutire.
Solitamente, prima che la balbuzie si manifesti, o quando questa si sta già verificando, nel bambino si avvertono altri sintomi associati. Egli appare molto nervoso, non riesce ad addormentarsi, compaiono paure notturne, non riesce a star solo, chiede di dormire nel lettone, oppure non riesce a svezzarsi dal ciuccio, o da altri oggetti che gli danno sicurezza. Per il genitore è molto importante riuscire a decifrare questi atteggiamenti che mettono in luce il grosso disagio del bambino. [torna all'inizio]

Per contenere la balbuzie e altri comportamenti ansiogeni correlati, sarà importante saper ascoltare con amore, pazienza e fiducia. Al genitore si richiede anzitutto una forma di “comunicazione fiduciosa”, attraverso la quale l’infante potrà sentirsi libero di comunicare paura, aggressività, ansia e gioia. In altre parole il bambino dovrà sentire che qualsiasi emozione, anche quella più cattiva, potrà essere comunicata senza alcuna censura.
Alla comunicazione fiduciosa si dovrà associare una comunicazione ludica che si sviluppa attraverso il gioco, la favola, il disegno e la libera fantasia.
Per facilitare nel bambino l’uscita dal silenzio emotivo, si dovranno appianare quelle barriere, che si erigono sin dai primi anni nella relazione fra genitore e bambino. La crescita emotiva e verbale dovrà essere sollecitata con vicinanza, amore ed autorevolezza.
Dal punto di vista verbale è sempre meglio non interferire nella produzione linguistica del bambino con frasi del tipo: Stai calmo! Ripeti lentamente! Controllati o impegnati nel parlare adagio! ecc. Anche quando il bambino riesce a trovare la normale fluenza, riuscendo a parlar bene è sempre meglio evitare affermazioni di tal sorta: “Vedi che quando t’impegni parli bene!”.
Tutti questi accorgimenti instillano nel bambino un forte senso di inadeguatezza riguardo alla sua “capacità d’impegno”, creando così dei forti sensi di colpa.
E’ bene sottolineare che il controllo del sintomo non dipende dalla volontà o dall’impegno: la fluenza verbale segue di pari passo lo stato d’animo agente. Così ad esempio possiamo notare che la balbuzie aumenta quando il bambino è maggiormente nervoso, quando si trova in uno stato collerico, o in associazione alle responsabilità scolastiche da affrontare. Al contrario, la balbuzie sembra recedere quando l’infante parla da solo durante il gioco, quando si relaziona con i coetanei, nei periodi di vacanza, e in tutte quelle situazioni dove si sente libero da qualsiasi controllo esterno.
Il genitore, anche senza adeguate pratiche educative, agisce indirettamente sul linguaggio del bambino, presentandosi già di per sè come modello linguistico da imitare. Più che fare osservazioni, dovrebbe parlare in maniera lenta, inducendo nel bambino uno stato di distensione e di quiete per contenergli l’angoscia verbale. [torna all'inizio]

Kidd K.K. et al. hanno raccolto dati genetici di 294 maschi e 103 femmine, con 2035 parenti totali di primo grado. I loro dati confermano un’elevata concentrazione della causa genetica, o ereditaria. Secondo gli autori all’interno di tale disordine è rinvenibile una predisposizione verticale, che può essere spiegata con l’espressione “sesso modificata”. Anche se le ipotesi “mendeliane” non sono sufficienti per spiegare la causa genetica, i modelli ereditari più complessi possono fornire sufficienti spiegazioni.
Kidd e collaboratori, sottolineano che il 5% dei maschi e il 2% delle femmine balbettano per almeno sei mesi durante l’infanzia, ma molti bambini recuperano prima che diventino adulti.
Da queste ricerche sono state escluse le ipotesi culturali: la variabile che qui viene dimostrata è che la balbuzie sia un disordine neurologico, geneticamente ereditato.
Secondo Kidd la balbuzie rimanda ad un problema organico di base, e le funzioni “secondarie” di questo sintomo, quale la severità, sono esacerbate dagli eventi stressanti.
Anche se si dimostra la causa genetica, l’eziologia comunque rimane complessa.
Contrariamente ai lavori di Kidd, nelle nostre ricerche abbiamo avuto modo di rilevare che su 100 soggetti che balbettano, solo nel 30% dei casi vi sono parenti di primo grado affetti da balbuzie. Dunque, secondo le nostre statistiche l’aspetto congenito, o ereditario, è parzialmente dominante nel determinare la balbuzie. Anche Ajuraguerra e Marcelli, Gutzmann, Seeman ed altri, confermano la presunta ereditarietà nel 30% dei casi.
Dal punto di vista ereditario, secondo Drayna solo a partire dal 1997, la scienza ha effettuato i primi passi per isolare il gene della balbuzie.
In chiave genetica, noi siamo sempre più convinti che, anche se esistono soggetti identificabili come “portatori sani” del gene responsabile della balbuzie, affinché questo possa esplodere in fenotipo, occorre sempre un’interazione tra più fattori: psicologici, emotivi, affettivi, educativi, ambientali e socio-culturali
Ooki S. in uno studio compiuto in Giappone, esaminando un campione di 1896 coppie gemellari, composto da 1849 maschi e da 1943 femmine, con età media di 11,6 anni (dai 3 ai 15 anni), riporta una prevalenza di balbuzie nel 6,7% dei maschi e nel 3,6% della femmine, riscontrando una varianza fenotipica attribuibile alle influenze genetiche tra l’ 80% nei maschi, e l’85% nelle femmine.
Per ciò che concerne la remissione della balbuzie in soggetti molto piccoli, secondo Brosch S. et al. pur non essendo possibile far alcuna previsione, sembra che tale recupero sia collegabile al raggiungimento di una buona dominanza emisferica, con un buon uso della manualità. [torna all'inizio]

Nelle ricerche di Biermann-Ruben e collaboratori, basate sull’elettroencefalogramma (MEG) , mediante l’ascolto di stimoli linguistici, in soggetti balbuzienti è stata studiata l’attivazione della zona rolandica. Le conclusioni dei ricercatori hanno messo in luce un’attivazione supplementare nella spettrografia delle aree cerebrali. Questa maggiore attivazione è stata verificata sia nella produzione, che nella elaborazione del linguaggio. Altre anomalie sono state riscontrate anche nella quantità e nella sincronizzazione di queste zone.
Anche per i ricercatori Sommer M. et al. , il disordine potrebbe essere collegato ad una ridotta dominanza emisferica di sinistra, dove i dati neuroimaging suggeriscono una sovrastimolazione nell’ emisfero destro, che riflette un meccanismo compensativo, analogo a ciò che avviene nell’afasia.
I ricercatori Lutz et al. hanno trovato un aumento di volume di WM (materia bianca) nella rete dell’ emisfero destro. Le conclusioni di questi risultati forniscono la prova ben fondata che gli adulti, con balbuzie conclamata, hanno un’anatomia anomala non soltanto nelle zone perisilviane deputate al linguaggio, ma anche nelle zone prefrontali e sensomotorie.
Tuttavia, secondo gli autori, anche se sono state rintracciate ampie differenze morfologiche fra i due campioni (balbuzienti e non), non si potrà mai escludere la possibilità di considerare le differenze anatomiche come conseguenza della balbuzie, piuttosto che la causa. Gli autori presumono che, con l’esordio della balbuzie, il cervello dovendo far fronte a questa nuova situazione, ricerca un certo genere di adattamento, o di riorganizzazione corticale.
Per Lutz et al, il PDS (balbuzie secondaria, o conclamata) è un disordine molto frequente, presente nell’ 1% della popolazione.
Negli Stati Uniti vi sono circa 3 milioni di disfluenti, e nel mondo se ne conteggiano circa 55 milioni . La prevalenza del disordine è simile in tutte le classi sociali.
Per Lutz et al., quando un bambino comincia a balbettare, il relativo tasso di recupero è di circa l’80%. La remissione del sintomo è considerevolmente più frequente nelle ragazze che nei ragazzi, dove le prime hanno 4 possibilità su una (contro il maschio) di poter recuperare un linguaggio fluente.
Se è vero che tutti i bambini balbuzienti sviluppano un’anomalia strutturale durante lo sviluppo, sarebbe allora molto importante che la terapia cominci già in tenera età per ottenere un effetto maggiore nel normalizzare questa anomalia. [torna all'inizio]

Dai 18 mesi in poi, è facile che il bambino possa presentare un linguaggio quasi simile a quello del soggetto disfluente, oppure dopo un periodo di normofluenza potrebbero comparire i primi blocchi. Questa prima forma di balbuzie definita primaria, fisiologica o transitoria, è caratterizzata da prolungamenti o ripetizioni di fonemi, dove non appare alcuno sforzo, o consapevolezza della difficoltà fonica. Questa prima fase è riscontrabile in molti bambini al di sotto dei tre anni, e nella maggioranza dei casi tende a dissolversi nel tempo. A questa età il sintomo può manifestarsi subito dopo la comparsa delle prime parole, oppure dopo un periodo, nel quale il linguaggio acquisito non sembrava compromesso.
Quando la balbuzie continua al di sopra dei quattro anni, questa manifestazione può già considerarsi come segnale d’allarme sul quale intervenire. Dai quattro ai sei anni si struttura la balbuzie secondaria (PDS), la quale tendenzialmente è più favorevole alla cronicizzazione.
In questo tipo di balbuzie, blocchi e prolungamenti delle sillabe appaiono più frequenti e sono maggiormente intrisi d’ansia, spesso accompagnati da sintomi somatici e da reazioni emotive.
Nella balbuzie secondaria il bambino non riesce a controllare il tono muscolare dell’apparato fonico, presentando una certa distorsione della voce e dell’articolazione. La tensione muscolare appare visibile attraverso blocchi e ripetizioni del fonema. L’infante si sforza in tutti i modi per evitare lo spasmo e l’eventuale blocco.
Erica Weir e Sonya Bianchet sostengono che circa l ‘ 85% dei bambini, con età compresa tra i 2 e i 6, normalmente incontrano difficoltà, o strappi nel loro linguaggio fluente, per poi passare ad un periodo di disfluenza che tocca circa il 10% dei bambini in età pre-scolare.
Per le due autrici l’eziologia ed i meccanismi della disfluenza sono complicati: in generale, si segnala una mancanza di coordinazione fra l’intenzione linguistica e l’articolazione motoria del linguaggio.
I modelli ed i comportamenti che potrebbero segnalare un maggior rischio di balbuzie tendente alla cronicizzazione sono: ripetizioni, suoni prolungati, esitamenti, o quando il bimbo dice “non riesco a dirlo”.
Quando la balbuzie persiste al di sopra dei quattro o cinque anni, è molto difficile predire se effettivamente questa si dissolverà nel tempo.
E ’ nostro parere comunque, che si debba intervenire precocemente con la comparsa delle prime avvisaglie, al fine di evitare l’instaurarsi di un pericoloso circolo vizioso, che potrebbe durare tutta la vita. Il trattamento potrebbe essere proposto già al di sotto dei sei anni, prima che il bambino si confronti con la realtà scolastica.
All’interno di una diagnosi precoce, gli elementi psicologici predittivi, quali indici premonitori; che potrebbero favorire la cronicizzazione del problema sono:

  • difficoltà nella codifica fonologica,
  • malattie e problemi neurologici presentati alla nascita,
  • difficoltà nello sviluppo linguistico e metalinguistico,
  • problemi nell’ evoluzione motoria, percettiva, intellettiva ed affettiva,
  • difficoltà nell’ acquisizione delle abilità di base per discriminare e riconoscere gli oggetti (meccanismi importanti per lo sviluppo dell’attenzione, memoria e apprendimento),
  • incapacità di giocare e di relazionarsi con gli altri,
  • alto tasso di conflittualità all’interno della famiglia,
  • aspetti educativi confusi,
  • difficoltà di adattamento all’asilo o all’impatto scolastico,
  • presenza di disturbi dell’apprendimento,
  • eccessivo tasso di ansia e di aggressività,
  • enuresi e/o encopresi,
  • eccessiva dipendenza dall’adulto,
  • mancanza di autonomia rispetto alla propria età,
  • presenza di altri sintomi psicosomatici,
  • difficoltà nell’area dell’alimentazione e del sonno,
  • ed infine presenza di disturbi del comportamento e della condotta.
    [torna all'inizio]

In un nostro studio psicodiagnostico effettuato su un campione di 60 bambini affetti da balbuzie, composti da 42 maschi e da 18 femmine, di età compresa tra i 6 e i 11 anni., abbiamo somministrato dei tests proiettivi : Rorschach e CAT (Children Apperception Test) , dai quali sono emersi alcuni dati significativi.
I bambini mostravano numerose risposte di ansia, con difficoltà nel manifestare i propri affetti.
Il livello intellettivo era nella norma; pertanto non si rilevavano disturbi nell’ambito della sfera cognitiva. Nel campione maschile si rilevava un alto tasso di aggressività, con un’ elevata ricerca di sentirsi confermati nelle loro potenzialità .
Nel campione totale sono state rilevate difficoltà nello stabilire rapporti interpersonali affettivamente equilibrati, ricercando un adattamento passivo e mutacico, o esprimendo molta aggressività nei rapporti sociali.
Nel campione femminile emergeva una maggiore capacità di esternare i propri vissuti affettivi, anche se dal punto di vista comportamentale era presente una certa instabilità emotiva.
Nell’intero campione, in base alla propria età, il processo di separazione e di autonomia si presentava poco evoluto.
Come nelle precedenti ricerche effettuate sugli adulti, anche per i bambini, viene qui dimostrato che il sintomo balbuzie sottende qualsiasi tipo di personalità, per cui diventa estremamente difficile poter specificare i tratti caratteristici che definiscono la personalità del soggetto disfluente.
Analizzando le situazioni nelle quali il bambino trova maggiori difficoltà verbali, è emerso che il 90% dei soggetti balbetta maggiormente a scuola e nella relazione con i professori, o con altre figure educative . La balbuzie si evince maggiormente con gli estranei, e con adulti , anche se in grado minore rispetto ai secondi. Quasi tutti hanno la fobia del telefono, o di fare piccole commissioni.
Al contrario, il sintomo sembra ridursi nel gioco con i coetanei, quando il soggetto parla da solo in una stanza, e soprattutto per molti bambini la balbuzie sembra ridursi nei periodi estivi .
Molti bambini riferiscono di non balbettare quando esprimono la loro aggressività (soprattutto nella relazione tra fratelli); lo stesso accade quando il bambino si sente libero di esprimere gioia o affetto.
Oltre alle situazioni, sono stati esaminati i singoli fonemi che risultavano difficili da pronunciare. Per tale analisi è stato somministrato un test psicolinguistico proiettivo che permetteva di registrare il grado d’intensità del laringospasmo, associato a consonanti e vocali , secondo due gradienti forte e lieve.
I risultati hanno dimostrato che la quasi totalità del campione balbetta maggiormente sulle liquide R\L, e sulle occlusiveP\B, T\D, K\G .
In altri termini, secondo le nostre ricerche, pur esistendo 5 forme di balbuzie, siamo dell’avviso che per ogni forma di disfluenza esistono diversi sottotipi, e che ogni disfluente abbia un modo personale di balbettare.
Inoltre per ogni tipo, o sottotipo di balbuzie, esiste un diverso quadro psicologico, per cui non è semplice ravvisare statisticamente le caratteristiche salienti del soggetto balbuziente .
Siamo d’accordo con Benecken J. il quale, con il suo contributo, attacca ogni forma di stigmatizzazione psicologica, o psicoanalitica del soggetto balbuziente. Per Benecken le attribuzioni psicologiche e le costruzioni psicanalitiche, Fenichel compreso, non sono state confermate dalla ricerca empirica. [torna all'inizio]

Con l’adolescenza si delinea la formazione dell’ identità attraverso una fase di sperimentazione concreta, che si evolvenel passaggio dal famigliare al sociale.
Per la psicoanalisi, non solo l’infanzia è importante nel determinare l’evoluzione della personalità, ma soprattutto la crisi adolescenziale ha un ruolo cruciale nel definire l’individuo nella propria specificità.
S. Freud è del parere che la crisi adolescenziale sia un fenomeno essenzialmente di natura biologica e che solamente verso i 18 anni, con la chiusura di tale fase, lo sviluppo dell’identità sessuata e socializzata , raggiunge il suo compimento.
Anche Anna Freud sottolinea il carattere di transitorietà dell’adolescenza, quale fase di sospensione tra il mondo infantile e quello adulto.
Meltzer definisce l’adolescenza come un processo di elaborazione della confusione.
Il conflitto fondamentale vissuto dall’adolescente si delinea tra il bisogno di dipendenza e quello di autoaffermazione. In questa situazione conflittuale, l’adolescente non riconosce più i modelli offerti dai genitori, ritenuti falsi ed ipocriti. L’adolescente si ritrova in una posizione di scissione dove il genitore diventa un’entità cattiva e persecutoria, mentre la realtà buona e ideale si ritrova al di fuori dalla famiglia, all’interno del gruppo dei coetanei . Il gruppo diventa un nuovo contenitore che aiuta l’adolescente a ridurre l’angoscia e la disperazione, attraverso nuove identificazioni, con l’assunzione di differenti ruoli e modelli sociali.
Secondo E. Erikson, l’adolescente sotto la spinta di energie interne e di stimoli esterni, corre facilmente il rischio di perdersi formandosi un’identità negativa, che l’autore definisce “Ego diffusion”, contraddistinta da dipendenza dall’ambiente, isolamento, o ribellione e intolleranza verso gli altri. Per Erikson l’acquisizione dell’ Ego identity rappresenta il raggiungimento di un significato esistenziale, rappresentativo delle proprie convinzioni affettive, etiche e sociali.
I grandi cambiamenti fisici, intellettuali, affettivi e sociali, manifestandosi in tutta la loro drammaticità, definiranno la percezione di un nuovo Sè .
L’adolescente si incammina lungo la strada di una soggettività autosufficiente, dove la realtà sociale è il banco di prova che conferma, o favorisce l’emergere delle proprie abilità sociali. La differenza, rispetto all’enfasi idealizzante infantile, consiste nella ricerca della “concretezza reale”, dove la conferma fondamentale sarà quella di provare di non aver paura.
Quando la crisi adolescenziale non si è risolta adeguatamente, o quando questa non si è mai verificata, l’adolescente non riuscirà a percepirsi come soggetto potenzialmente adulto e capace di progettare. In questi casi l’adolescenza potrà essere ritardata, sacrificata, prolungata, oppure potrà evolversi verso stati sintomatici.
In questa fase il linguaggio assume un ’importanza fondamentale, diventando l’esteriorizzazione della individualità nascente che si afferma in un mondo competitivo e coinvolgente.
Nella maggioranza dei casi, proprio in questo periodo la balbuzie tende a peggiorare. A questo sintomo se ne associano altri, come: cattivo rendimento scolastico, bocciature, fobia sociale, condotta aggressiva ed eccessiva chiusura. Aumenta il tasso di ansia e di aggressività, e solitamente compaiono fobie di varia natura, con tics o movimenti muscolari involontari, che rendono ancor più complicata l’esposizione verbale.
L ’età più sconvolgente si attesta attorno ai 17/18 anni. A questa età viene istituzionalizzata la rottura con il mondo famigliare, e nello stesso tempo l’ immaginario interno si colora di tinte cupe e depressive, diventando sempre più dirompente. L’adolescente è sempre più consapevole dei limiti che la balbuzie frappone fra il proprio Sè nascente e quello degli altri.
Paradossalmente più l’adolescente disfluente desidera conquistare, e farsi percepire come soggetto capace, e più balbetta; più desidera farsi vedere normale e più si sente intrappolato; più desidera offrire una migliore prestazione scolastica in chiave verbale, e più il sintomo raggiunge un’intensità incontrollabile.
La sofferenza raggiunge l ’apogeo, e nello stesso tempo viene negata. Proprio in questo periodo timidamente emerge la richiesta di un aiuto esterno. L’adolescente desidera essere aiutato, ma in poco tempo e senza dipendere eccessivamente da una figura terapeutica.
Spesso, sia l’adolescente quanto i famigliari, negando le cause emotive ed affettive sottostanti iniziano una specie di “via crucis” per ricercare una terapia tamponatrice e miracolosa.
Vi sono anche casi nei quali l’adolescente si presenta poco evoluto rispetto alla propria età, non riuscendo a percepire gli effetti dello scoppio ormonale. Stranamente questi adolescenti non hanno mai presentato atteggiamenti tipici di protesta o di ribellione, manifestando speso un atteggiamento estremamente introverso. Questo tipo di adolescente non sembra affatto propenso a ricercare la gruppalità, tanto meno è attratto dagli status tipici dell’etàquali: abbigliamento, motorino, cellulare, discoteca ecc., ed anzi, sembra maggiormente attirato dal mondo dei cartoons o da altri elementi tipici di fasi passate. In questo adolescente l’aumento della balbuzie, o l’eccessiva chiusura, si rivelano l’espressione di una fuga costante dalle maglie della vita adulta che ormai si approssima; nello stesso tempo diventa sempre più palese l’inadeguatezza rispetto al mondo dei coetanei.
In alcun casi la balbuzie può anche ridursi nel periodo adolescenziale, grazie ai cambiamenti psicologici e sociali, che determinano maggiore libertà rispetto a quei meccanismi infantili che facevano regredire in una posizione d’impotenza .
Per la maggioranza degli adolescenti disfluenti, il più grande peggioramento si verifica con l’approssimarsi dell’ esame di maturità. Nell’ultimo anno delle scuole superiori, angosce persecutorie coloreranno negativamente questa fase conclusiva.
Con l’esame di maturità il balbuziente è chiamato a dar prova di una maturità raggiunta, che sarà valutata principalmente attraverso il codice verbale.
Per la persona che affronta questa tappa, la balbuzie diventa un chiodo fisso, una trappola mortale, che nelle proprie fantasie non lascia nessuna via di scampo per una valutazione obiettiva e poco condizionata dal sintomo.
Le paure non riguarderanno solamente questo evento specifico; altre angosce riguarderanno le scelte future che sopraggiungeranno subito dopo il superamento dell’ esame di maturità.
Dopo tale evento, alcuni soggetti per paura di affrontare altre frustrazioni in ambito universitario, effettuano una scelta difensiva, ricercando un lavoro che li metta al riparo da responsabilità eccessive, o da compiti troppo gravosi dal punto di vista verbale.
Paradossalmente, vi sono poi persone che scelgono attività che si basano sul linguaggio.
Secondo una nostra ricerca effettuata su campione di 50 soggetti affetti da balbuzie, composto da 34 maschi e 16 femmine di età compresa tra 20 e 40 anni, è stato riscontrato che dopo aver ultimati gli studi superiori, solo nel 32% delle persone esaminate, la scelta lavorativa o accademica non era stata condizionata dal sintomo. [torna all'inizio]

Dopo il periodo adolescenziale, per il soggetto adulto disfluente le crisi non sono finite: solitamente in adolescenza vi è un aggravarsi delle difficoltà foniche. Dopo i 18-19 anni, nella maggioranza dei casi, vi è un lieve miglioramento. La crisi esistenziale è ancora in atto.
La paura tipica di quest’età è l’incontro col mondo universitario, o con la scelta professionale.
Le domande tipiche dell’adulto affetto da balbuzie saranno: “sarò in grado di superare gli esami con questo problema? Come farò a lavorare con queste difficoltà foniche? Come farò se nel lavoro mi chiederanno di rispondere al telefono? Riuscirò ad avere altri rapporti sociali? Come si svilupperanno i rapporti con i futuri colleghi? ecc.”
Il “terrore del nuovo” ricompare, ponendo nuovi dubbi esistenziali.
In età adulta, tempo fa , al maschio si richiedeva di affrontare l’anno di leva. Per la maggioranza degli adulti che hanno dovuto affrontare questo “rito sociale”, l’anno del militare è stato veramente drammatico. Durante questo periodo una buona parte di soggetti balbuzienti hanno affermato che all’inizio dell’anno di leva , difficilmente avevano tollerato la separazione dall’ambiente famigliare. Veniva loro imposto un “bagno sociale e normativo” al quale nessuno era sufficientemente preparato per affrontarlo. La dipendenza rigida, asservita all’autorità militare, o alle regole implicite del “nonnismo”, diventava fonte d’angoscia terrificante.
Per una minoranza di soggetti al contrario, l’anno di leva è stato liberatorio, rivelandosi altamente terapeutico. Il trovarsi in questa nuova situazione, lontano dall’ambiente famigliare, per alcuni soggetti il periodo militare è stato fonte di riscoperta di abilità sociali inaspettate.
Per il sesso femminile, le angosce in età adulta, sono quasi identiche a quelli del sesso maschile: anche per la donna la balbuzie è vissuta come un limite, sia per gli obiettivi professionali, sia per le relazioni sociali.
Per entrambi i sessi, con l’avanzare dell’età adulta, si fa strada il desiderio di vivere un vero rapporto di coppia, con la speranza di trovare una compagna, o un compagno, che sia in grado di accettare implicitamente il problema fonico.
Solitamente, quando si forma un rapporto di coppia, il problema balbuzie non viene mai affrontato, diventando spesso un’ “area tabù” per entrambi i partners. Tutto questo succede anche dopo il matrimonio: vi sono coniugi che per anni hanno sempre evitato qualsiasi argomentazione che riguardasse la balbuzie di uno dei due.
In età adulta il sintomo tende a peggiorare ogni qual volta si presentano nuove tappe evolutive, come: cambiamenti della situazione professionale, scelta del matrimonio, nascita dei figli, separazioni o lutti.
In chiave psicodinamica, in molti adulti affetti da balbuzie vige comunemente un senso di colpa soffocante, che non lascia spazio alla libera espressione delle emozioni. A questo stato emotivo si aggiunge una profonda disistima, dove il Sé viene percepito fragile, alimentando poi delle angosce persecutorie, che paralizzano l’incontro con l’altro.
L’adulto balbuziente è come se combattesse tutti i giorni contro questo senso di colpa estenuante, e qualsiasi azione protesa ad espiare questa sensazione del sentirsi accusato da se stesso , sarà destinata al fallimento.
Questo senso di colpa può essere correlato a vari elementi personali o famigliari. L’adulto è come se si sentisse incriminato da se stesso. Tale sensazione nasce dalla contrapposizione tra il desiderio di sentirsi soggetto “normale” e la sensazione d’essere impedito, o inadeguato, nel raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Chi balbetta vive un senso di colpa che si correla al non sentirsi sufficientemente “forte” nell’arginare le emozioni negative. Queste sensazioni di colpevolezza fortificano i meccanismi coatti della balbuzie: la persona più si sente in colpa e più balbetta; più desidera dimostrare di esser capace e più il tormento di non riuscire si rivela attraverso la confusione verbale.
Quando il senso di colpa raggiunge il culmine, la persona disfluente potrà essere soggetta a forti stati depressivi o melanconici. In questi momenti depressivi la persona si sentirà svuotata da tutte le energie vitali: in questi casi, sarà necessario prendere in seria considerazione l’aiuto offerto da un trattamento psicologico, fonico, e farmacologico.
[torna all'inizio]

Secondo le nostre ricerche psicologiche e psicolinguistiche, il soggetto balbuziente è sottoposto a forti impulsi aggressivi che tendono a bloccare il linguaggio, agendo anche su determinate aree somatiche.
Analizzando le situazioni nelle quali il sintomo si manifesta, in un campione di 100 soggetti, è emerso che il 90% di questi balbetta maggiormente quando deve presentarsi, far telefonate, affrontare un esame, parlare con un’autorità (docente, insegnante, capo-ufficio, ecc.), parlare con degli estranei, affrontare un gruppo di lavoro o di studio, e in alcuni casi anche dialogare con gli stessi genitori.
Circa il 70% dei soggetti esaminati, riferisce di non balbettare quando si esprime liberamente, o quando non teme il giudizio dell ’interlocutore. La disfluenza appare ridotta nei momenti di stizza o di rabbia, o quando il soggetto pronuncia parolacce e vocaboli altamente aggressivi. Lo stesso accade quando esprime gioia e amore.
In chiave verbale le ricerche da noi effettuate hanno messo in luce come la balbuzie si struttura seguendo determinate leggi “fonosimbolche”: si tende a balbettare su determinati termini e su consonanti. . Si tende maggiormente a balbettare sul proprio nome e cognome, o su parole con un’alta valenza affettiva come : affetto, amore, babbo, balbuzie, buongiorno, buonasera, cena, ciao, comandi, cura, domani,ecc.. ; tutti questi termini possiedono un’ alta valenza simbolica vissuta in modo conflittuale.
Oltre ai termini, sono stati esaminati i singoli fonemi; lo spasmo verbale è maggiore sulle occlusive PB, TD, KG, , sulla nasale M, sull’affricata C , sulla spirante S e sulle liquide RL. Le maggiori o minori difficoltà sono determinate dalle caratteristiche qualitative, acustiche, articolatorie e fonosimboliche dei singoli fonemi.
A questo punto si potrebbe ipotizzare che, quando il soggetto balbuziente entra in uno stato ansiogeno molto violento, determinato da stimoli interni o esterni, la carica ansiogena prodotta, potrebbe intensificare il segnale, che i centri di elaborazione del pensiero, inviano verso l’apparato linguistico. Il segnale inviato, essendo troppo violento, determinerebbe una specie di “corto circuito” a livello dell’apparato motorio, causando spasmi linguistici. Questo “loop negativo” aumenterebbe anche con la presenza di altri disturbi neurovegetativi associati, quali: sudorazione, aumento del battito cardiaco, varie contrazioni a livello muscolare, senso di nausea e confusione mentale.
La cura della balbuzie in età adulta richiede molta pazienza, e certamente non curabile in dieci giorni, come comunemente si vuol far credere, toccando solo aspetti di superficie del sintomo, quali ad esempio la meccanica del linguaggio .
La balbuzie, è un sintomo molto complesso , è in base alle sue connotazioni, sembra soddisfare tutti i criteri di una sindrome psicosomatica: per cui diverse tecniche, abbinate ad un lavoro psicoterapico specifico per questo sintomo, potranno fornire notevoli miglioramenti che durino nel tempo.
L’adulto in terapia, va aiutato e supportato con una batteria di tecniche, studiate appositamente per ogni tipo di balbuzie. Bisogna inoltre precisare che, per alcuni tipi di balbuzie come la labio-coreica, o la guttoro-tetanica, per la loro complessità psico-corperea, si richiede un tempod’intervento più lungo per riunificare il corpo, le emozioni e il linguaggio. [torna all'inizio]

La balbuzie è un problema complesso che va trattato con molta cautela e con tecniche specifiche, e sempre sulla base di una diagnosi foniatrica, neuropsichiatrica e psicologica.
Secondo le nostre ricerche, un buon trattamento terapeutico dovrebbe tenere conto di tutte le variabili che determinano la balbuzie.
Il trattamento non può risolversi con una “pratica intensiva”, che il più delle volte lascia inalterato il quadro sintomatico, senza nemmeno trovare un valido riscontro scientifico.
All’interno della terapia, oltre ad un esame attento del tipo di balbuzie, di necessità bisogna effettuare un esame diagnostico della personalità. Tale esame diventa fondamentale per essere certi che oltre al sintomo balbuzie, non vi siano altre patologie associate, che potrebbero inficiare la prognosi.
Una procedura che tenga conto solo della balbuzie, senza considerare il quadro psicologico del bambino o dell’adulto , potrebbe notevolmente peggiorare la sintomatologia.
Dopo tale esame, l’aspetto prettamente terapeutico, dovrebbe sollecitare tutti le variabili comunicazionali che sono state inibite, o parzialmente sviluppate.
Il quadro terapeutico non si dovrebbe focalizzare esclusivamente sul trattamento della balbuzie, ma dovrebbe prendere in esame altri sintomi spesso correlabili alla disfluenza, quali: variabili somatiche (aggressività, ansia, insonnia, ecc.) disorganizzazione ideativa, scarso rendimento scolastico, difficoltà di concentrazione, difficoltà di lettura, difficoltà di adattamento e di inserimento sociale, difficoltà di comunicazione in senso lato.
Il nostro iter terapeutico, come già scritto in passato, viene sviluppato sulla base di una terapia individuale o di gruppo. Anche i genitori verranno coinvolti all’interno di questo processo .
Tutte le tecniche adoperate, sono supportate e riunificate da un lavoro essenzialmente psicoterapico, che discostandosi da un procedimento ortodosso, ricongiunge più discipline per agire in modo mirato sul bambino e sull’adulto che balbetta.
In chiave preventiva cerchiamo di agire anche su bambini molto piccoli di 2 o 3 anni. In questi casi si prevede un ’azione terapeutica sul genitore, offrendo consigli, al fine di ridurre la loro sensazione di disagio, cercando anche di comprendere gli atteggiamenti assunti dal bambino nel contesto famigliare e sociale. [torna all'inizio]

Bibliografia:

Benecken J., On the psychopathology of stuttering, Prax Kinderpsychol Kinderpsychiatr. 2004 Nov;53(9):623-36.

Biermann-Ruben K., Salmelin R, e Schnitzler A., Right rolandic activation during speech perception in stutterers: a MEG study, Department of Neurology, MEG Laboratory, University of Duesseldorf, Germany, Neuroimage. 2005 Apr 15;25(3):793-801.

Büchel C., Sommer M., What Causes Stuttering? PLoS Biol. 2004 February; 2(2): e46. Published online 2004 February 17. doi: 10.1371/journal.pbio.0020046.

Brosch S., Haege A, Kalehne P, Johannsen HS., Stuttering children and the probability of remission--the role of cerebral dominance and speech production, Section of Phoniatrics and Pediatric Audiology, University Otorhinolaryngology Clinic, Ulm, Germany., Int J Pediatr Otorhinolaryngol. 1999 Jan 25;47(1):71-6.

Caruso E. Balbuzie: Aiutiamoci con 100 risposte, Franco Angeli Editore, collana Self-help, Milano 2001.

Caruso EBalbuzie in età adulta, in Antropos & Iatria, Nova Scripta De Ferrari Editore, Trimestrale anno V, N. 3 Luglio – Settembre 2001 (Università di Genova) - Presente anche in www.psiconline.it

Caruso E., Musica ed Emozioni, Atti del Congresso Milano 24-26 Maggio 2003, II° Congresso di Naturopatia “ Il naturopata e l’energia vitale”, Milano 2003, Federazione Italiana Naturopati Riza.

Caruso E., Star bene con gli altri, , Riza Scienze Volume N. 178, Marzo, Edizioni Riza, Milano 2003,

Caruso E., Dogana F. , Rossi P., “Quelli che si inceppano sulle consonanti. Componenti emotive e linguistiche nella balbuzie”, III Cap, contenuto in “Tipi d’oggi: Profili Psicologici di Ordinaria Bizzarria”, di F. Dogana, Firenze 1999, Giunti Gruppo Editoriale.

Caruso E., Dogana F., Rossi P., Balbuzie: emozioni da riabilitare, in Psicologia Contemporanea, Firenze 1998, Nov.-Dic., Giunti N. 150.

Caruso E., Balbuzie, dalla rivista “Anthropos & Iatria” - anno 2 - n° 1 - 1998 - De Ferrari editore - www.medicinealtre.it/1998/caruso-1-98.htm

Caruso E., Musica e Terapia, Riza Scienze, Volume 108, Milano Gennaio 1997, Edizioni Riza.

Dell’Orto S., Caruso E.(2003), Winnicott W.D. e la transizionalità negli affetti, nel gioco e negli oggetti. In La pediatria medica e chirurgica. (Medical and Surgical Pediatrics) Volume 25, Numero 2, Marzo\Aprile 2003 N.141. Pagg.106\112. (W. D. Winnicott and the transitional object in infancy, Pediatr Med Chir. 2003 Mar-Apr;25(2):106-12. )

Dell’Orto S., Caruso E., La musica nell’Analisi Immaginativa e nello sviluppo della funzione linguistica, in Psicoterapia e Psicosomatica, Cremona Gennaio-Aprile1997, Anno 9°, Uspi.

Drayna D.T. , Genetic linkage studies of stuttering: Ready for prime time?, in Journal of Fluency Disorders, USA 1997 Aug, Vol. 22 (3).

Fenichel O., Trattato di Psicoanalisi, Roma 1951, Astrolabio

Kidd K.K., Heimbuch R. C., e Records M. A., Vertical transmission of susceptibility to stuttering with sex-modified expression, Proc. Acad Nazionale. Sci. Volumi 78, no. 1, pp 606-610, 1981

Lutz Jäncke, Jürgen Hänggi, Helmuth Steinmetz, Morphological brain differences between adult stutterers and non-stutterers, 2004 Jäncke et al; licensee BioMed Central Ltd.

Marcelli D., Psicopatologia del bambino, Milano 2000, Masson.

Ooki S., Genetic and environmental influences on stuttering and tics in Japanese twin children, Department of Health Science, Ishikawa Prefectural Nursing University, Kahoku, Ishikawa, Japan, Twin Res Hum Genet. 2005 Feb;8(1):69-75.

Sommer M., Koch MA, Paulus W, Weiller C, Buchel C., Disconnection of speech-relevant brain areas in persistent developmental stuttering, NeuroImage Nord, Department of Neurology, University of Hamburg, Hamburg, Germany. Lancet. 2002 Aug 3;360(9330):380-3.

Weir E., Bianchet S., Developmental dysfluency: early intervention is key, CMAJ • June 8, 2004; 170 (12). doi:10.1503/cmaj.1040733., 2004 Canadian Medical Association

Kidd K.K., Heimbuch R. C., e Records M. A., Vertical transmission of susceptibility to stuttering with sex-modified expression, Proc. Acad Nazionale. Sci. Volumi 78, no. 1, pp 606-610, 1981

Drayna D.T., Genetic linkage studies of stuttering: Ready for prime time?, in Journal of Fluency Disorders, USA 1997 Aug, Vol. 22 (3).

Ooki S., Genetic and environmental influences on stuttering and tics in Japanese twin children, Department of Health Science, Ishikawa Prefectural Nursing University, Kahoku, Ishikawa, Japan, Twin Res Hum Genet. 2005 Feb;8(1):69-75.

Brosch S., Haege A, Kalehne P, Johannsen HS., Stuttering children and the probability of remission--the role of cerebral dominance and speech production, Section of Phoniatrics and Pediatric Audiology, University Otorhinolaryngology Clinic, Ulm, Germany., Int J Pediatr Otorhinolaryngol. 1999 Jan 25;47(1):71-6.

Biermann-Ruben K., Salmelin R, e Schnitzler A., Right rolandic activation during speech perception in stutterers: a MEG study, Department of Neurology, MEG Laboratory, University of Duesseldorf, Germany, Neuroimage. 2005 Apr 15;25(3):793-801.

Sommer M., Koch MA, Paulus W, Weiller C, Buchel C., Disconnection of speech-relevant brain areas in persistent developmental stuttering, NeuroImage Nord, Department of Neurology, University of Hamburg, Hamburg, Germany. Lancet. 2002 Aug 3;360(9330):380-3.

Weir E., Bianchet S., Developmental dysfluency: early intervention is key, CMAJ • June 8, 2004; 170 (12). doi:10.1503/cmaj.1040733., 2004 Canadian Medical Association

Caruso E., Dogana F., Rossi P., Balbuzie: emozioni da riabilitare, in Psicologia Contemporanea, Firenze 1998, Nov.-Dic., Giunti N. 150.

Benecken J., On the psychopathology of stuttering, Prax Kinderpsychol Kinderpsychiatr. 2004 Nov;53(9):623-36.

Fenichel O., Trattato di Psicoanalisi, Roma 1951, Astrolabio

Caruso E. Balbuzie: Aiutiamoci con 100 risposte, Franco Angeli Editore, collana Self-help, Milano 2001. [torna all'inizio]